Dopo un iter amministrativo e giudiziario durato un decennio, la Giustizia ha riconosciuto l’origine professionale del mesotelioma pleurico che nel giugno 2018 ha portato alla morte un autista e operaio barese. Il Tribunale di Potenza ha emesso una sentenza definitiva che condanna l’INAIL a erogare in favore della vedova i benefici previsti per le vittime dell’amianto, accertando che la patologia tumorale fu causata dall’inalazione delle fibre tossiche respirate durante gli anni di servizio.
La ricostruzione della carriera e i 16 anni di esposizione tra Fibronit e FIAT
La vicenda giudiziaria traccia una mappa dettagliata dell’esposizione ai materiali cancerogeni sul territorio pugliese e nazionale. Nel corso dell’istruttoria è stato ricostruito un percorso lavorativo segnato da 16 anni e 7 mesi di contatto diretto con l’amianto. L’uomo aveva operato prima nelle fonderie FIAT di Mirafiori e successivamente a Bari, lavorando come autista addetto al trasporto e alla movimentazione dei manufatti in fibro-cemento prodotti dallo stabilimento Fibronit e presso la cementifera barese S.A.M.I.
Nonostante la diagnosi di mesotelioma formulata nel 2016, l’INAIL aveva inizialmente rigettato la richiesta di malattia professionale ritenendo insufficiente la documentazione prodotta. La vertenza è stata portata avanti con determinazione dalla moglie dell’operaio anche dopo la scomparsa del coniuge, con il patrocinio dell’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA).
La condanna dell’INAIL: 150mila euro di arretrati e rendita mensile
Gli accertamenti tecnici e le testimonianze raccolte durante il dibattimento giudiziario hanno confermato il nesso causale diretto tra l’attività lavorativa svolta e l’insorgenza della neoplasia. In forza del giudicato definitivo del Tribunale di Potenza, l’INAIL dovrà erogare alla donna arretrati stimati in circa 150.000 euro, oltre a una rendita vitalizia ai superstiti di circa 1.500 euro mensili, integrata dalle maggiorazioni spettanti tramite il Fondo per le vittime dell’amianto.
«La giustizia è arrivata dopo dieci anni grazie alla tenacia di una vedova che ha voluto difendere la memoria e i diritti del marito – ha dichiarato l’avvocato Ezio Bonanni –. È inaccettabile che le famiglie debbano affrontare un calvario giudiziario così lungo per vedere riconosciuto ciò che avrebbe dovuto essere garantito tempestivamente dall’istituto assicuratore».












